Santuario.

Il posto è rimasto lo stesso, con un po’ di polvere perché dimentico di passare l’aspirapolvere e l’odore di sempre che attraversa ogni stanza. L’aria che si respira non mi ha mai dato fastidio e ancora oggi è una piacevole compagnia. La utilizzo ancora per rifugiarmici senza indugi, casa tua. È ancora di più un santuario da quando sei andata via. Manca la sacerdotessa. A casa tua ci vado ancora per studiare. Ci vado ancora per recuperare l’arretrato, per usare il cervello nel silenzio più assoluto. Ma il santuario è anche il luogo in cui posso parlare cinque minuti con una persona di qualcosa importante senza fastidiosi rumori. Fino a quando ho avuto il vizio ci fumavo le sigarette. Sempre con l’accortezza di non sporcare, forse in segno di rispetto per la proprietaria assente. Sento che avrò ancora per molto la sensazione di doverti qualcosa. A casa tua ci vado anche per contare i giorni che mancano alla fine dell’estate, ora che è iniziata. Ci vado per masturbarmi in santa pace. Per dormirci da solo con la paura/speranza di avere qualche esperienza paranormale. O per dormirci in compagnia sperando che il fattore ”sonno” diventi solo secondario a ben altro. Credo che molti abbiano bisogno di un posto come quello che mi hai lasciato. Un posto dove “staccare” anche solo per un giorno, come una terapia d’urto che ti pulisce l’anima o che finisce di imbrattartela perché in un posto così non hai che da parlare con la tua coscienza, ogni fottutissima volta. Potrei però sbagliarmi. Forse il santuario lo porto chiuso a chiave sempre con me. E solo quella porta d’ingresso marroncina, con le decorazioni arrugginite, può aprirlo. Quando lo avrò scoperto giuro che non lo terrò per me. Magari serve a qualcuno.

Puntare il dito.

Non mi lascio giudicare più così facilmente. Sono fin troppo generoso con i pareri altrui che gratuitamente rasentano il pregiudizio. Il maestro di scuola queste cose non te le insegna. E il parroco che da piccolino ti impartiva sacri sermoni compassionevoli quando mai ti ha preparato veramente a questo spettacolo degradante? La bellezza in tutto il ciclo vitale di un misero uomo si limita a quei pochi secondi, forse minuti in cui l’uomo stesso non si sente parte di niente e nessuno. In quei pochi momenti di scarsa lucidità come quando sei in dormiveglia e con gli occhi socchiusi ti pare di sentire una voce familiare giù alle scale, anche se vivi da solo, anche se non vedi nessuno di importante da mesi. Come un cane che ti lecca in viso per svegliarti. Non mi lascio giudicare più così facilmente perché so che in fondo non tutti siamo uguali anche se così si deve dire per non offendere qualcuno che non potrebbe capire. Spero che la maggior parte di chi legge queste cose qui sopra non si identifichi fino in fondo negli stati d’animo che mi spingono a queste considerazioni. Perché non li augurerei proprio a nessuno.

Storia di un’artista.

Io non sono bravo.
Non scrivo.
E se scrivo lo faccio per me.
E se non lo faccio per me lo faccio per gli applausi.
E se gli applausi sono pochi scrivo ancora
e se gli applausi sono tanti non scrivo più.
Io non sono bravo, io sono artista.
Sono artista e odio il capitalismo.
Sono artista e odio i soldi.
Sono artista e non vendo il mio libro.
E se lo vendo non sono artista.
Ma se lo vendo e non ha il successo che spero
sono un vero artista. Io non sono mediocre.
Sono solo incompreso.
Sono apatico, mantenuto, sessista, precoce.
Sono orfano e presuntuoso.
Ma non sono bravo, questo è sicuro.

TREE.

Io sono un albero.
Le mie radici mi fanno solletico,
la mia chioma è buffa e pesante.
Sono un albero e quando
c’è vento ho paura di spezzarmi.
A volte perdo un braccio,
a volte tante braccia: deboli questi rami.
Come faccio non so, a crescere in mezzo a questi altri alberi?
Voglio essere il più basso, ho un po’ paura,
perché un amico mio albero era alto e ora non c’è più.
Quelli più alti li abbattono, danno fastidio.

I vuoti.

I vuoti secondo te chi sono? So’ quelli che della vita dicono di averci capito tutto. Quelli che si svegliano al mattino come te che ti alzi presto e prepari il caffè. So’ quelli che sembrano valere più di te quando sei sotto pressione. So’ quelli che si dichiarano complessi, articolati, pieni di sfumature e che poi hanno il culo coperto per ogni cosa. Mi dici tu come può uno così avere la percezione dei problemi degli altri? Che se ne fotte. E a te invece fotte il fatto che questi qui hanno la donna che ti piace, il lusso che stai sudando per ottenere un giorno, il viaggio pagato, il concerto regalato, la sicurezza di una famiglia standard e tante altre cose in più. U vir che u strunz si tu?

A Gina.

Non tutte le donne nascono per essere madri eccezionali. Le migliori sanno farlo persino coi nipoti e coi figli degli altri. Quelle come te sono rare e bisognerebbe renderle immortali. Lo so, potevo sbrigarmi e inventare una macchina che ti consentisse la vita eterna, ma in fondo avevi diritto anche tu a riposarti dopo un’intera vita passata a combattere e fare sacrifici. Io non ne sarei capace. Sono troppo abituato a dare per scontato che l’egoismo sia la soluzione a tutto. Tu no, per qualche sorprendente ragione riuscivi in ogni momento ad essere altruista e metterti in secondo piano. Secondo me tu eri una sorta di angelo sceso in terra e tieni ben presente che io agli angeli non ci credo. Vorrei solo ricordare di più quei momenti che abbiamo passato insieme quando ancora ero piccolino. E non affidarmi alle foto scattate o alle storie che di tanto in tanto venivano fuori, come l’episodio in cui giocavamo ai pirati nel soggiorno di casa tua e la vicina di casa venne a bussare preoccupata perché ti aveva sentito urlare aiuto. Oppure quando mi legavi i cuscini della sedia addosso come armatura per fare la lotta. Ultimamente mi nominavi sempre quella foto in cui abbraccio il pupazzo di Topo Gigio. Credo fosse diventata la tua fissazione. Renditi conto che persino quando scrivo di te devo raccontare cose mie che senza la tua presenza non avrebbero avuto il senso che hanno acquisito. Grazie a te la mia infanzia è stata un’infanzia speciale. Grazie a te in realtà lo è anche il mio presente per quanto pieno di brutte cose. Forse è questa l’eredità che mi hai lasciato e di cui non me ne sono accorto fino all’ultimo. Sei stata una di quelle persone che ha arricchito ogni momento buio della mia esistenza e che ancora riesce ad emozionarmi come nessun altro ci è mai riuscito. Volevo dedicarti queste parole e urlarle dappertutto in paese e in città. Ma sono consapevole che tutte queste persone non meritano un cazzo di niente che ti riguardi. Darei volentieri in cambio la vita di tutte queste persone per riportarti in vita, anche solo per vederti sorridere un’altra volta ancora. E non per vederti con lo sguardo spento e rassegnato dell’ultima foto che sono riuscito a scattarti. Ho paura che in questo momento tu mi stia guardando da qualche parte e stia vedendo quanto sia ancora incerto sul mio futuro e sulle mie capacità. Hai sempre tentato di convincermi che potevo farcela se la smettevo di piangermi addosso. Sarò in debito con te finché non ti avrò dimostrato che avevi ragione.