TREE.

Io sono un albero.
Le mie radici mi fanno solletico,
la mia chioma è buffa e pesante.
Sono un albero e quando
c’è vento ho paura di spezzarmi.
A volte perdo un braccio,
a volte tante braccia: deboli questi rami.
Come faccio non so, a crescere in mezzo a questi altri alberi?
Voglio essere il più basso, ho un po’ paura,
perché un amico mio albero era alto e ora non c’è più.
Quelli più alti li abbattono, danno fastidio.

I vuoti.

I vuoti secondo te chi sono? So’ quelli che della vita dicono di averci capito tutto. Quelli che si svegliano al mattino come te che ti alzi presto e prepari il caffè. So’ quelli che sembrano valere più di te quando sei sotto pressione. So’ quelli che si dichiarano complessi, articolati, pieni di sfumature e che poi hanno il culo coperto per ogni cosa. Mi dici tu come può uno così avere la percezione dei problemi degli altri? Che se ne fotte. E a te invece fotte il fatto che questi qui hanno la donna che ti piace, il lusso che stai sudando per ottenere un giorno, il viaggio pagato, il concerto regalato, la sicurezza di una famiglia standard e tante altre cose in più. U vir che u strunz si tu?

A Gina.

Non tutte le donne nascono per essere madri eccezionali. Le migliori sanno farlo persino coi nipoti e coi figli degli altri. Quelle come te sono rare e bisognerebbe renderle immortali. Lo so, potevo sbrigarmi e inventare una macchina che ti consentisse la vita eterna, ma in fondo avevi diritto anche tu a riposarti dopo un’intera vita passata a combattere e fare sacrifici. Io non ne sarei capace. Sono troppo abituato a dare per scontato che l’egoismo sia la soluzione a tutto. Tu no, per qualche sorprendente ragione riuscivi in ogni momento ad essere altruista e metterti in secondo piano. Secondo me tu eri una sorta di angelo sceso in terra e tieni ben presente che io agli angeli non ci credo. Vorrei solo ricordare di più quei momenti che abbiamo passato insieme quando ancora ero piccolino. E non affidarmi alle foto scattate o alle storie che di tanto in tanto venivano fuori, come l’episodio in cui giocavamo ai pirati nel soggiorno di casa tua e la vicina di casa venne a bussare preoccupata perché ti aveva sentito urlare aiuto. Oppure quando mi legavi i cuscini della sedia addosso come armatura per fare la lotta. Ultimamente mi nominavi sempre quella foto in cui abbraccio il pupazzo di Topo Gigio. Credo fosse diventata la tua fissazione. Renditi conto che persino quando scrivo di te devo raccontare cose mie che senza la tua presenza non avrebbero avuto il senso che hanno acquisito. Grazie a te la mia infanzia è stata un’infanzia speciale. Grazie a te in realtà lo è anche il mio presente per quanto pieno di brutte cose. Forse è questa l’eredità che mi hai lasciato e di cui non me ne sono accorto fino all’ultimo. Sei stata una di quelle persone che ha arricchito ogni momento buio della mia esistenza e che ancora riesce ad emozionarmi come nessun altro ci è mai riuscito. Volevo dedicarti queste parole e urlarle dappertutto in paese e in città. Ma sono consapevole che tutte queste persone non meritano un cazzo di niente che ti riguardi. Darei volentieri in cambio la vita di tutte queste persone per riportarti in vita, anche solo per vederti sorridere un’altra volta ancora. E non per vederti con lo sguardo spento e rassegnato dell’ultima foto che sono riuscito a scattarti. Ho paura che in questo momento tu mi stia guardando da qualche parte e stia vedendo quanto sia ancora incerto sul mio futuro e sulle mie capacità. Hai sempre tentato di convincermi che potevo farcela se la smettevo di piangermi addosso. Sarò in debito con te finché non ti avrò dimostrato che avevi ragione.

Come vorrei lavorare un giorno.

Uno dei motivi per cui amo follemente l’indirizzo di studi che ho scelto, è che mi immagino ogni volta con un cannone in bocca mentre studio l’habitus degli amici di mio fratello, tipo stasera che tutti insieme se ne stavano in stanza sua a cazzeggiare in attesa di scendere. Un ricercatore sul campo che sa lavorare lo vedo così: un po’ scienziato, un po’ fannullone e un po’ fatto, in cerca dell’illuminazione della sua vita o di qualche risultato empirico di spessore; partendo da fondamenti teorici come quello di Mead e la costruzione sociale del sé, percepire in qualche modo dietro quegli slang e quella strafottenza tipica degli adolescenti una struttura che di generazione in generazione si ripete allo stesso modo con le inevitabili variazioni che ammettono tecnologia e riforme culturali. Comportamenti devianti, teorie d’etichettamento, amicizie strumentali e non, tutte cose che ci sono sempre state e mai smetteranno di esserci. Io sono convinto che i giovani in qualche modo siano sempre gli stessi, e pure i vecchi, anzi proprio tutta l’umanità. E che prevedere conseguenze alle proprie azioni non è così impossibile come la letteratura mondiale (gli scrittori e i poeti maledetti di sto cazzo) ci ha abituato a credere. Alcuni comportamenti sono sempre gli stessi, pur cambiando nella forma. Scavando nella percezione che noi abbiamo di essi potremmo scoprire che tutto il caos che sembra appartenere alla vita non si limiti a null’altro che a principi di causa ed effetto, fine e mezzo. Poi, se proprio volete, posso continuare a scrivere poesie e far finta che tutto questo non abbia un senso. E aspettare che disoccupazione giovanile e diseguaglianze sociali si risolvano costruendo case o facendo esperimenti sugli scimpanzé. Ma perché non mi sono iscritto a legge?

Sulle belle donne.

Io lo capisco il mio scrittore preferito. Mi rendo conto il perché di quello che scriveva. Le belle donne sono fatte per farti a pezzi. E giocare con i tuoi resti mentre sorseggiano del buon vino rosso. Le belle donne sono un impegno non indifferente. Devi stare sempre lì a marcare il territorio come i cani fanno col piscio. E i tuoi nervi vengono messi alla prova per ogni sguardo, abbraccio o bacio fuori posto con la persona sbagliata. La tua furbizia sta nel sostenere ogni capriccio e nel non avvertire come condanna la tua fortunata condizione. Anche se pensi non ci sia niente di fortunato nel sopportare. E il mio scrittore preferito lo sapeva. Lo sapeva quando parlava di gelosia per la tipa che probabilmente scopava altri. E quando con la scusa di un’erezione di troppo doveva dimostrare a se stesso che dopotutto lui se la scopava almeno una volta in più. Sono vicino ad uomini come lui, perché uomini così sono dappertutto in ogni maleodorante strada di città. Sono al cenone di capodanno a mangiarsi le unghie dal nervoso, in fila dal dottore, a fare la spesa, al funerale di un amico, nel tuo condominio. E tu non puoi fare altro che sperare di non essere come loro. Perché i tuoi nervi sono già fottuti in partenza.

Dal quaderno del mio ultimo anno di liceo.

Uno sceglie come cazzo vivere.
Uno sceglie come cazzo affrontare le cose,
come andare avanti, come riempire il vuoto circostante.
Può provare tutta l’apatia del mondo,
ma puntualmente il contesto in cui vive, le persone che conosce,
lo tireranno nuovamente nel frullatore delle cazzate.
Perché bene o male, una vita giusta è fatta di cazzate.
Nulla da dire, tanto da pensare. Nulla da pensare, tanto da fare.
Uno sceglie come cazzo vivere, fin quando non dipende da nessuno.
Ma anche il più stronzo di tutti, il più figlio di puttana,
quello più solo, dipende da qualcuno. O da qualcosa, non importa.
Tutti così diversi, chi più alto, chi più basso, chi biondo,
chi bruno, chi ricco, chi povero, 
chi piange, chi ride,
così fottutamene lindi e puliti 
…credo di dover vomitare.

Orecchini che non ci sono più. (Celle Ligure, 2012)

Essere giovani dieci anni dopo.

Com’è possibile odiare i propri coetanei? Non condividerne lo stile di vita, l’arrivismo? E poi giocare con le età, mischiarle in un posto chiuso e metterci musica. È inevitabile che qualcuno limoni al buio e poi nel cesso provi a scroccare un pompino alla prima che ci sta. Ho nostalgia dei ragazzi sotto i portici di casa di mia nonna. Avrò avuto dieci anni quando una sera vidi scendere mio nonno a cazziare i tipi che facevano casino. Pensare che ora sono come loro, solo che non ho un portico in cui stare e non ci sono anziani scassa cazzo nei posti che frequento. Inoltre si fuma di più, le droghe poi sono più accessibili come la roba da bere. Lo spirito collettivo si camuffa di avanguardia ma è vecchio più di trent’anni. Per quanto passino le mode, il vestiario e lo slang, i giovani restano le teste calde di sempre. E il fluire di fiche e uomini vissuti non si arresta mai mai mai. I bambini troppo cresciuti poi si moltiplicano come scarafaggi da quartiere, il senso delle feste è ancora sballarsi fino al midollo; mangiarsi il cranio; affondare le dita negli occhi. Al ritmo della vita notturna i giovani di città sono nati già pronti e mi chiedo se tutto questo benessere che si fa passare per disagio sia dopotutto un bene o un male. Io comunque ci ho riflettuto abbastanza. Notte.

“Blind Beggar” (Jacob Riis, 1888)